ArcheoFoss2012_MAPPAproject

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Negli ultimi mesi si è fatta sempre più accesa la discussione a livello internazionale – e fortunatamente anche nazionale – sugli open data e sull’importanza dell’accessibilità dei dati pubblici. Per promuovere la diffusione dei dati prodotti dalla ricerca finanziata con denaro pubblico, in Europa sono stati avviati due distinti progetti, denominati rispettivamente OpenAIRE e OpenAIREplus: il primo è dedicato all’open access, il secondo (avviato nello scorso dicembre 2011) all’open data. Le dinamiche della rete, in particolare quelle legate all’idea dello sharing, cioè della legittimità e dell’utilità della condivisione dei lavori digitali non commerciali per scopi culturali, rappresentano del resto un potente incentivo verso l’apertura degli archivi. Per converso, chi vi si oppone, lo fa in nome del principio della “proprietà intellettuale” che però, così come viene di norma [mal]intesa nel settore umanistico (e quindi anche nel mondo archeologico), finisce con il costituire un freno allo sviluppo non solo culturale, ma anche economico. La condivisione collaborativa, che nell’archeologia anglosassone è stata condensata nel volume Archaeology 2.0, sta finalmente facendo breccia (sia pure fra mille difficoltà e distinguo) anche in Italia, dove peraltro i dati archeologici sono prodotti da ricerche che, nella maggior parte dei casi, sono finanziate con denaro pubblico. È a questa filosofia che si riallaccia il progetto MAPPA (Metodologie Applicate alla Predittività del Potenziale Archeologico), teso a realizzare un archivio archeologico open data, premessa anche per quell’archeologia predittiva che rappresenta la risposta più innovativa alla necessità di far convivere la tutela dei resti del nostro passato con le esigenze di vita del nostro presente e del nostro futuro. Il termine open data ha un significato preciso. I dati aperti hanno infatti caratteristiche determinate e definite, dovendo essere: -completi: devono cioè comprendere tutte le componenti che consentano di esportarli, utilizzarli online e offline, integrarli e aggregarli con altre risorse e diffonderli via web; devono riportare le specifiche adottate per la loro realizzazione; -primari: cioè grezzi, in modo da poter essere integrati e aggregati con altri dati e contenuti in formato digitale; -tempestivi: gli utenti devono essere messi in condizione di accedere e utilizzare i dati presenti sul web in modo rapido e immediato, massimizzando il valore e l’utilità derivanti dall’accesso e dall’uso di queste risorse; -accessibili: devono essere accessibili a tutti, direttamente attraverso i protocolli internet, senza alcuna sottoscrizione di contratto, pagamento, registrazione o richiesta ufficiale; devono essere trasmissibili e interscambiabili tra tutti gli utenti direttamente via web; -leggibili da computer: è necessario che i dati siano machine-readable, ovvero processabili in automatico dal computer; -non proprietari: gli utenti devono poter utilizzare e processare i dati attraverso programmi, applicazioni e interfacce non proprietarie e aperte Al contempo, i dati devono essere pubblicati e riutilizzabili in formati semplici e generalmente supportati dai programmi più usati dalla collettività digitalizzata, liberi da licenze che ne limitino l’uso. Inoltre, i dati sono aperti se liberi da restrizioni che ne impediscano l’uso e il riuso, anche a scopo commerciale; -riutilizzabili: gli utenti devono essere messi in condizione di riutilizzare e integrare i dati, fino a creare nuove risorse, applicazioni, programmi e servizi; -ricercabili: è necessario assicurare agli utenti l’opportunità di ricercare con facilità e immediatezza i dati, mediante strumenti di ricerca ad hoc, come database, cataloghi e search engine; -permanenti: le peculiarità descritte devono caratterizzare i dati nel corso del loro intero ciclo di vita sul web. In campo archeologico i dati primari o grezzi sono i dati archeografici prodotti in seno a un’indagine, vale a dire la documentazione grafica, fotografica, compilativa e la quantificazione dei reperti mobili, debitamente collocati nello spazio geografico. Solo la libera accessibilità ai dati grezzi, secondo il paradigma dell’open data, consentirà di fare un ulteriore passo in avanti verso un archeologia veramente 2.0. Il futuro della ricerca archeologica è, infatti, interconnesso alla conservazione dei dati e al loro libero riutilizzo per ulteriori indagini ed analisi. Eseguire uno scavo o un survey archeologico vuol dire documentare in maniera analitica ogni evidenza individuata, tradurre in documenti scritti, grafici e fotografici quanto emerge nelle operazioni di scavo o di ricognizione. Questo processo archeografico è quello che permette a coloro che hanno direttamente eseguito l’indagine di procedere all’interpretazione storica e, successivamente, consente a qualunque altro studioso di riutilizzare la documentazione raccolta nel corso delle indagini sul campo per formulare ulteriori ipotesi e ricostruzioni storiche. È quindi fondamentale che il dato archeografico sia affidabile, disponibile, aperto e riutilizzabile. Se, infatti, non si possono fare buoni ragionamenti critici senza una buona descrizione dei dati di partenza, non si può fare archeologia senza archeografia. Lo scavo archeologico, e in parte anche il survey, sono pratiche non ripetibili. L’unico elemento di riproducibilità e di ri-analisi è costituito dalla continua possibilità di utilizzare i dati grezzi. Pertanto la loro condivisione è l’unico modo che permette alla comunità scientifica la comprensione e l’eventuale rilettura del processo interpretativo. Ma non solo: la condivisione permette anche il riutilizzo dei dati su scale differenti, per fornire risposte a domande diverse in relazione a nuove indagini. I dati grezzi sono infatti il vero e unico «codice sorgente» dell’archeologia. «La proprietà intellettuale è un male inutile», hanno scritto recentemente Boldrin e Levine: si tratta di un’affermazione forte, ma è certo che, così come la si intende generalmente nelle scienze umanistiche -ovvero come il diritto, da parte di chi li ha prodotti, di appropriarsi dei dati, facendone un uso esclusivo per anni e talvolta per decenni (quando non disperdendoli, senza che nessuno ne abbia mai potuto prenderne visione) – la proprietà intellettuale rappresenta un freno all’innovazione e allo sviluppo della ricerca, impedendo, di fatto, l’apertura di nuovi filoni di studio e di nuove e più accurate sintesi. D’altra parte, questa prassi si basa su una malintesa interpretazione del principio di «proprietà intellettuale», che non va confusa con la «paternità intellettuale», che al contrario va tutelata e valorizzata più e meglio di quanto non si faccia oggi, attraverso quel sistema di corrette citazioni che la ricerca scientifica ben conosce. Se si parte dalla considerazione che la pratica archeografica, sia essa frutto del lavoro di professionisti o di ricercatori afferenti a strutture pubbliche, come le Università e le Soprintendenze, è sempre e comunque un’attività di ricerca (dal momento che produce dati unici e irripetibili) e che non vi è ricerca fino a quando non vi è pubblicazione del dato, appare evidente come la condivisione dei dati grezzi debba essere considerata come una pubblicazione scientifica a tutti gli effetti, salvaguardando sia le competenze che la capacità professionale e l’impegno, anche temporale, profuso da chi quel dato ha prodotto con il suo lavoro sul campo. Il web rappresenta il supporto ideale per pubblicare i dati archeografici giacché consente, grazie alle attuali tecnologie, di distribuire conoscenza a costi ridotti. La pubblicazione dei dati grezzi (archeografica) deve, quindi, essere garantita e riconosciuta nella sua paternità, così come la pubblicazione dei dati interpretati (archeologica) deve essere regolamentata da un diritto di prelazione, da parte di chi ha prodotto i dati, limitato e definito nel tempo (sei mesi dalla fine dello scavo? un anno? due anni?), lasciando contestualmente liberi i dati per altre analisi attraverso l’uso di licenze come, ad esempio, CC BY e l’uso di DOI (Digital Object Identifier). Per rendere i dati aperti ricercabili (e quindi fruibili), questi devono essere inseriti all’interno di archivi aperti (open archive). È ormai consuetudine della pratica archeologica creare archivi digitali, più o meno complessi, nei quali inserire i dati archeografici, siano essi di tipo testuale (report, schede, diari di scavo), grafico (immagini, piante, sezioni) o digitale (database, CAD, GIS, ecc.). Alla serie di standard, atti a normare l’attività di registrazione delle indagini sul campo

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