Abstract

(Licenza CC: by-nc-nd oppure GFDL: GFDL quando specificato)

L’analisi archeologica degli elevati attraverso l’uso del software open-source

G. Pesce (ISCUM, grupporicerche IISL)

Questo contributo vuole mettere in evidenza le possibilità d’uso di alcuni software open-source nel lavoro di analisi degli elevati condotto, in primo luogo, come attività lavorativa professionale e in secondo luogo come attività di ricerca. A partire dalle diverse fasi in cui è scomponibile lo studio archeologico delle murature, si vogliono, infatti, mettere in evidenza le possibilità d’uso di alcuni programmi attualmente disponibili in Rete sotto licenza libera e giungere ad una valutazione complessiva sulla usabilità e sulle potenzialità d’uso di tali software, nonché sulla qualità dei prodotti ottenibili, in confronto ai prodotti e agli strumenti messi a disposizione dai più radicati e diffusi programmi proprietari. Il contributo si basa su una serie di casi concreti di analisi degli elevati e su alcune considerazioni che verranno sviluppate anche in merito a diversi programmi utilizzati nelle discipline afferenti l’archeologia quale, ad esempio, la dendrocronologia. Il processo lavorativo viene visto, dunque, nella sua complessità, dall’acquisizione delle immagini digitali delle murature, al loro raddrizzamento e vettorializzazione, fino alla eventuale pubblicazione e divulgazione dei risultati, cercando di mettere in evidenza le problematiche che di volta in volta si possono incontrare. Dal complesso delle esperienze svolte, sembra emergere come attualmente sia effettivamente possibile portare a termine un lavoro di analisi archeologica degli elevati utilizzando esclusivamente software open-source, ma anche come tale possibilità sia ridotta dal limitato sviluppo di alcuni programmi e da una sorta di prevenzione che gli addetti ai lavori ed i committenti hanno nei confronti dei prodotti ottenuti con software “gratuiti” (che, per questo, vengono spesso considerati qualitativamente inferiori). La mancata possibilità di dimostrare in modo semplice (senza, cioè, l’introduzione di elementi propri del linguaggio informatico) la qualità dei programmi “aperti” e dei prodotti da questi ottenibili, rispetto alla qualità dei più diffusi prodotti commerciali (che comunque costituiscono sempre un punto di riferimento) rappresenta un elemento di grave limitazione che probabilmente, in alcuni casi, potrebbe anche essere facilmente superabile grazie a semplici accorgimenti quale, ad esempio, la realizzazione di elenchi di lavori realizzati attraverso l’uso di software open-source da portare all’attenzione quando necessario. Dall’esperienza fatta emerge, insomma, come sia ancora difficile pensare ad un’ampia diffusione nell’uso di tali programmi in ambito strettamente professionale, mentre sembra possibile incentivare – con buoni risultati – l’impiego di tali strumenti nell’ambito della ricerca, che si dimostra più flessibile nell’acquisizione di nuovi strumenti e nuove pratiche e più disponibile ad una verifica diretta dei prodotti ottenuti.

Archaelogical analysis through the use of open-source software

The aim of this contribution is to highlight the opportunities of using free and open-source software in the field of the archaeology of buildings, from both points of view, professional and research. Starting from the different steps into which archaeological analysis can be divided, this contribution underlines the opportunity of using some software presently available on the Internet and released under free and open source licence. It also offers a general evaluation on the usability of this software, and on the quality of products available. This contribution is based on a large series of studies case of building archaeology but also on some experiences developed in disciplines near to the archaeology, like dendrochronology. At the end of this examination will be possible to show that a complete analysis of building archaeology using only open source software is possible, but this opportunity is influenced by a deeper development of some very important software (like the CAD system) and by some preconceived ideas about “free” software. Thus at the moment it is possible to carry out building archaeology work with free and open-source software, but it is difficult bring this method to a professional work environment and it would be better develop this method in the field of research, which is much more inclined to accept new tools and practices.

Pubblicato sotto licenza CC: by-nc-nd.

GRASS GIS for archeology


M. Landa (FBK-irst, Trento)

Basic introduction into GRASS GIS. GRASS is a Geographic Information System used for geospatial data management and analysis, image processing, graphics/maps production, spatial modeling, and visualization. GRASS is currently used in academic and commercial settings around the world, as well as by many governmental agencies and environmental consulting companies. GRASS is official project of the Open Source Geospatial Foundation. The presentation is focused on the GIS-related tasks in the field of archeology, e.g. georectification of unreferenced images, vector digitization, profile analysis or data visualization in 3D, etc. New directions in GRASS development, especially the new generation of GRASS GUI based on wxPython graphical toolkit. Focused on the new GUI-based tools for georectification, vector digitizing, creating project locations or profile analysis.

Pubblicato sotto licenza GFDL: GNU Free Documentation License.

Reconstructing the past: il 3d modeling nella ricerca archeologica


F. Stanco (Università di Catania), D. Tanasi (Università di Catania)

I recenti sviluppi nella tecnologia di visualizzazione computerizzata hanno fornito nuovi strumenti alla modellazione tridimensionale dei dati ottenuti dalla ricerca archeologica. Le tecniche di computergrafica possono essere utilizzate per ricostruire e visualizzare alcuni aspetti di un sito, altrimenti difficilmente apprezzabili, che consentono di interpretare meglio le problematiche legate allo sviluppo di un insediamento o alle attività in esso praticate; inoltre la rappresentazione virtuale può fornire una visione diacronica progressiva delle sue varie fasi cronologiche di vita. L’elaborazione del dato archeologico (evidenze dello scavo, documentazione grafica e fotografica) all’interno di un modello multidimensionale, comprendente ecofatti e manufatti, si rivela fondamentale per lo sviluppo di quella digital archaeology, che ha come scopo la restituzione complessiva di un paesaggio antico. In quest’ottica, si inserisce il Progetto Archeomatica, promosso dall’Università di Catania, finalizzato alla ricostruzione tridimensionale di alcuni edifici preistorici della civiltà minoica utilizzando Blender come strumento di 3D modeling. Blender è un software multi-piattaforma ed open source per la modellazione, il rendering, l’animazione, la post-produzione, la creazione e la riproduzione di contenuto interattivo 3D, estremamente versatile e funzionale mai utilizzato finora come strumento di supporto per la ricerca archeologica.

In this paper the project Archeomatica of Catania University, dedicated to Minoan civilization and Cretan culture, is presented. The project, carried out by experts of information technology and archaeological research, provides the creation of realistic 3D models based on the data recorded during excavations with the application of the open source software Blender, in order to create digital upgradeable archives to add to the traditional graphic and photographic documentations.

Pubblicato sotto licenza CC: by-nc-nd.

Elementi di metodologia per le Applicazioni open source e free software nella restituzione archeologica territoriale ed urbana. Il caso della Marrana di San Giovanni a Roma


E. Demetrescu (Parsifal, Cooperativa archeologica)

Nell’ambito delle indagini archeologiche preliminari alla costruzione della nuova linea metro a Roma, si è resa necessaria la creazione di un modello digitale tridimensionale per comprendere su larga scala le estensioni del bacino archeologico urbano. Il modello di articola in una unica banca dati aperta elaborata quasi esclusivamente tramite software free ed open source. La porzione di territorio “modellizzato” coincide con il tratto extramuraneo tra Porta Asinaria e Porta Metronia, caratterizzato dal passaggio, fino alla prima metà del ‘900, dalla Marrana di San Giovanni. A partire da questo caso di studio si evidenziano le metodologie di applicazione dei softwares free ed open source alla restituzione archeologica territoriale ad urbana. Attraverso molteplici fonti (cartografiche, archeologiche e geognostiche) si è restituito l’andamento piano altimetrico e l’orografia delle grandi fasi storiche (geologica, romana, medieval-moderna) preso in esame. Il risultato è stato la produzione di sezioni tecniche (ricostruzione probabilistica dei bacini archeologici e dell’interfaccia non antropico, resti archeologici noti) e di un modello tridimensionale esplorabile in real-time inteso come interfaccia per la banca dati. L’interesse nell’ambito archeologico professionale per i softwares free ed open si è destato negli ultimi anni ed è legato ai vantaggi che adduce in termini economici, di flessibilità dei formati e di stoccaggio dei dati. Tuttavia la forte presenza di software proprietario nelle istituzioni e nei privati committenti della ricerca archeologica comporta un incontro/scontro fra software open e closed e questo comporta spesso difficoltà tecniche e di impostazione dei progetti. Da qui nasce la necessità di una pipe-line di lavoro codificata per i dati geografici, testuali e tridimensionali. Si presenta una tavola sinottica dei diversi ambiti di applicazione informatica con relativi softwares in cui si dichiarano pregi e difetti in base alla pipe-line di lavoro seguita nel caso di studio (alcuni dei software utilizzati: Grass, Qgis, OpenJump, Blender, OSG, VTP).

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Ontologie di applicazione e informazione geografica: la ricognizione nel territorio di Siligo (SS)


M. Lorenzini (Università di Pisa), L. Sanna (Università di Sassari)

L’archeologia si occupa di indagare il passato, in maniera scientifica ed oggettiva e tutti i dati che si raccolgono durante una ricerca archeologica metodologicamente corretta sono sempre più numerosi e complicati da gestire. È in queste circostanze che l’informatica deve entrare a pieno titolo nella disciplina, ordinando, processando, controllando e intrecciando i dati che, su un singolo scavo archeologico, sito o territorio, il nostro studio produce. Risulta perciò fondamentale poter utilizzare un sistema univoco per poter condividere questi dati in modo da ottenere il maggior numero di informazioni. Una possibile soluzione fino ad ora utilizzata è l’ausilio di formati aperti per la gestione dei dati come l’XML del W3C o il GML del’OGC (Open Geospatial Consortium) per quanto riguarda la gestione del dato geografico. Una delle problematiche più dibattute attualmente risulta però come codificare questi dati e come concettualizzarli semanticamente nella maniera più “naturale” possibile. Una delle possibili soluzioni alla “questione”, mantenendo una struttura semantica e naturale potrebbe essere l’uso delle ontologie e del formato OWL (Ontology Web Language) del W3C. Nell’ informatica, una ontologia è il tentativo di formulare uno schema concettuale esaustivo e rigoroso nell’ambito di un dato dominio; si tratta generalmente di una struttura dati gerarchica che contiene tutte le entità rilevanti, le relazioni esistenti fra di esse, le regole, gli assiomi, ed i vincoli specifici del dominio, esattamente ciò che si richiede ad un sistema GIS, o alla piattaforma d’analisi di uno scavo archeologico. Il modello da noi riportato esemplifica un ontologia di applicazione sviluppata con Protegè e l’ausilio del framework Jena per l’esecuzione dell’ontologia elaborata. Il caso in questione riguarda la gestione di dati geografici ottenuti in seguito a ricognizioni di superficie nel territorio del comune di Siligo (SS) e dimostra come anche la pubblica amministrazione si stia, in maniera graduata, accostando a questi nuovi metodi di gestione dei dati.

The international scientific community is more and more concerned in the use of open formats for fruition and exchange of data among different users. A solution is the use of open formet like XML develop by W3C or GML develop by OGC (Open Geospatial Consortium) for the managing and implementation of the geographical information. Actually, one of the most problem interesting the right way to mapping with semantic structure the data codified with open format. We find a solution in the ontology and in the use of OWL (Ontology Web Language) format develop by W3C. Our paper represent a case of study of geographical application ontology develop by protégé and framework jena with data obtained from an archeological survey of commune of Siligo (SS) –Italy-

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Reinterpretazione delle mappe di Google: webGIS dinamico elementare e formati aperti con ASP e XML.


G. Cantoro (Università di Foggia)

Localizzare una destinazione, pianificare un percorso o collocare su una carta una coordinata gps risultano ormai operazioni alla portata di tutti e internet ha da sempre fornito strumenti sempre più accessibili per l’ottenimento di tali risultati. E se queste risorse si convertissero (con minimo sforzo e massimo ricavo) per un uso scientifico-archeologico e divulgativo? Occasione per sperimentazioni in questa direzione è stata offerta dal “Raw Materials Project”, progetto per lo studio della rete delle fonti di materie prime (ossidiana, pietra levigata e materia dura animale) e del loro scambio in una nuova e completa analisi su scala nazionale. Promosso dall’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria e coordinato dal prof. Carlo Tozzi (Università di Pisa), il progetto è stato articolato in 6 fasi:

  • stima delle informazioni disponibili;
  • omogeneizzazione delle informazioni;
  • ricerca dei collaboratori e stipula dei contratti;
  • individuazione del software da utilizzare per la raccolta e gestione delle informazioni;
  • archiviazione di informazioni aggiornate con nuove analisi di laboratorio;
  • pubblicazione dei risultati.

Obiettivo primo del progetto è stato la creazione di maschere per l’archiviazione ordinata delle informazioni per il tramite di un thesaurus condiviso e standardizzato. Sfruttando l’intrinseca informazione geografica del dato archeologico, si è deciso di procedere alla individuazione di una piattaforma GIS in grado di operare in ambienti con risorse tecnico economiche (sic!) limitate. Da qui la reinterpretazione delle mappe di Google: le pagine .asp attingono dinamcamente da un database disponibile sul server dell’università e costantemente aggiornabile; le API di Google traducono in forma puntuale il dato geografico georeferenziato e stringhe di script aggiungono alle “mappe di fase” funzionalità gis elementari; semplici applicazioni in visualbasic consentono l’esportazione e il download in remoto del dato filtrato in forma testuale (xml, rtf, txt, csv) o vettoriale geografica (kml o shp). È in corso la sperimentazione della ormai prossima migrazione su server linux con MySql o Postgress e pagine php con analoghe (se non maggiori e migliori) funzionalità. Le query, geografiche o testuali, sono altamente personalizzabili e sempre a sorgente aperto, pur se realizzabili attraverso moduli automatici semplificati. Questo dunque il modo in cui abbiamo realizzato un GIS elementare (implementabile e in corso di costante aggiornamento) senza i problemi collegati alla configurazione e installazione di un mapserver e senza i costi per l’acquisto di carte geografiche o (peggio) di copertura di fotografie aeree su scala nazionale (le foto aeree di google, per quanto non di altissima risoluzione, consentono tuttavia minimi preliminari assaggi di fotointerpretazione delle aree circonvicine ai siti italiani inclusi nel progetto).

GoogleMap is a great tool for finding places, to calculate distances and areas, and to reference (geographically) photos and information with coordinates. This paper is to present the results of the use of such a tool for archaeological purposes inside “Raw Materials Project”, mainly concerning the DBMS and the WebGIS made by free tools and with a particular attention to free output formats. The database, containing a hierarchical-relational series of information about prehistoric sites and their raw materials (obsidian, stone polished and bone tools), has some script, appositely built by the writer, to allow the user to export checked data into a number of “non proprietary” formats. All those data was published on the web with geographical information (like coordinates, geomorphology, archaeobotany, etc.) in a webgis made by Google Maps API, with the advantage of updated maps accessible to unspecialized user and the scientific community. The user can filter some data and see the result on the map or save them in the same free formats of the “offline database” itself thought an easy and user-friendly web interface.

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Banche dati online per l’archeologia


J. Bogdani (Università di Bologna), E. Vecchietti (Università di Bologna)

L’impiego di banche dati nella ricerca archeologica, ormai non solo ampiamente accettato e diffuso, ma promosso esso stesso a campo di riflessione e sperimentazione, si configura come una delle più innovative frontiere dell’archeologia, sia per le potenzialità che le banche dati offrono allo sviluppo della metodologia di ricerca archeologica, sia per la possibilità che i più recenti sistemi di banche dati, molti dei quali sviluppati con sistemi open source, mettono a disposizione per la gestione “in rete” dei dati. La possibilità infatti di creare network di ricerca basati sulla condivisione a vari livelli del dato archeologico costituisce un innovativo approccio metodologico, in grado di offrire nuove prospettive sia in fase di acquisizione e gestione dati, sia in fase di elaborazione. Il valore aggiunto di tale approccio consiste soprattutto nella possibilità, via web, di estendere la gestione del dato archeologico da una scala “locale”, attraverso la costituzione di reti interne ai singoli centri di ricerca, a un accesso “in remoto”, favorendo la creazione di un assetto “policentrico” della ricerca, in cui tutte le singole unità costituiscono nodi decentrati di un unico network di riferimento. Collegate a sistemi G.I.S. o a interfacce per la navigazione web (ambienti virtuali, modelli tridimensionali…), le architetture di banche dati online, oltre a essere un sempre più diffuso ausilio per la ricerca archeologica, costituiscono un efficace sistema di censimento, monitoraggio, salvaguardia e valorizzazione del patrimonio archeologico. Ancora di più, quindi, internet diventa sempre di più uno strumento di lavoro e non solo di comunicazione finale, spesso marginale, dei risultati di studi, ricerche e restauri. Coerentemente con questo orientamento, BraDypUS (www.bradypus.net) è stato concepito come un sistema targettizzato per ordinare e gestire il vasto “universo schedografico” prodotto dall’archeologo, sviluppando e mettendo in comunicazione diversi archivi in un unico database e arricchendo di conseguenza il significato di ogni singolo dato raccolto. L’interazione di dati di varia natura è reso possibile dalla stessa architettura di BraDypUS, un archivio server-side, non installato sul singolo PC ma presente in rete. La significativa portata di questo sistema consiste nella possibilità che utenti con diverse e complementari competenze (quali possono essere differenti équipe coinvolte su uno stesso progetto di ricerca) possano aggiornare contemporaneamente i propri archivi, che automaticamente “dialogano” rendendo fruibili in tempo reale tutti i dati disponibili. Linee guida seguite di BraDypUS sono:

  • l’accesso tramite web ai dati sia in visualizzazione, sia in vari profili di modifica/approfondimento, in relazione al tipo di utenza;
  • la possibilità di sperimentare, attraverso un apparato schedografico dedicato, un sistema di archivi che sia in grado di gestire tutte le classi di dati prodotti dalla ricerca archeologica, salvaguardandone la complessità;
  • la flessibilità dell’architettura, che si adatta a contesti di ricerca/divulgazione molto diversi: dal lavoro sul campo (scavo e ricognizione), alle operazioni di laboratorio (rielaborazione dati, schedatura reperti), fino ai repertori catalografici, bibliografici e all’e-learning. La caratteristica della flessibilità ben si adatta anche a progetti in progress: operazioni quali l’aggiunta/rimozione di campi, il loro ordinamento/raggruppamento in tematismi, ha un impatto minimo sulla struttura informatica;
  • l’utilizzo di sistemi open source.

Online archaeological databases
The use of DBMS in the archaeological research, today is not only accepted and widespread, but also becoming a significant “frontier” field of experimentation, theory and application. The higher potentiality offered by the web based DBMS (in particular by the recent ones, developed through open source applications), to the development of the archaeological methodology is mostly the opportunity to manage the archaeological record in a “network” environment. Sharing and storing, at different stages of accessibility, the archaeological data through the web involves a deep innovating methodological approach, able to open new perspectives both in the field of data acquisition/management and processing. The surplus value of the on going experimentations of open source web based DBMS is the possibility to extend the management of the archaeological record from a “local” smaller scale (through the implementation of intranet inside the individual research units) to a “remote” access, supporting the development of a “polycentric” structure in the research experience, in which all the individual research units play the role of peripheral “nodes” in a wider leading research network. Linked to G.I.S. systems or to 3D interfaces for web navigation (virtual environments, 3D interactive models…), the web based DBMS architectures, as well as a constant and widespread aid for the archaeological research, may become an effective mean of knowledge, monitoring, tutelage and valorization of the archaeological heritage. More and more, then, internet becomes a research methodology, not only a mean of final communication.

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Libera circolazione di dati archeologici: il caso dello scavo di S. Vigilio di Ossana (TN)


N. Pisu (Soprintendenza per i beni archeologici di Trento), G. Naponiello (Arc-Team s.n.c.)

Con questo contributo si intende presentare un progetto pilota di divulgazione libera di dati archeologici. Tale progetto è frutto della collaborazione tra la Soprintendenza per i beni archeologici di Trento e Arc­Team snc e vuole essere un primo test per verificare le reali potenzialità di diffusione di dati mediante l’utilizzo di licenze aperte. Lo scavo interessato dall’esperimento è stato effettuato nell’area cimiteriale della chiesa di S. Vigilio presso Ossana (TN) ed è stato condotto utilizzando unicamente FOSS(ArcheOS). I dati, raccolti e analizzati, verranno inseriti in un webgis in continuo aggiornamento, creato anch’esso con software libero e corredato di un database opportunamente adeguato alla tipologia delle diverse informazioni da condividere. Durante l’intervento verranno analizzate in particolare alcune tematiche:

  1. le difficoltà incontrate durante il lavoro (tra cui quelle di tipo burocratico)
  2. il tipo di licenza utilizzata
  3. la tipologia dei dati messi in condivisione
  4. il confronto con progetti simili
  5. i vantaggi che una divulgazione di questo tipo comporta (nel campo della ricerca scientifica, della pubblica amministrazione, della tutela del patrimonio archeologico)
  6. le future possibilità di utilizzo di un tale modello di condivisione all’interno di un ente pubblico come la Soprintendenza per i beni archeologici di Trento.

The aim of this contribution is to present a pilot project regarding free spreading of archaeological data. Such project is the result of the collaboration between the Soprintendenza per i beni archeologici di Trento and Arc­Team snc, and wants to be a first test in order to verify the real potentialities of spreading archaeological data using open licences. The experiment is based on the excavation of the cemeterial area of S. Vigilio's church (near Ossana, TN) and has been realized using only FOSS (ArcheOS). The informations, collected and analyzed, will be intagrated into a webgis (continuously updated), created with free software and equipped with a database opportunely adapted to the data's typology. During the speech particular attention will be focused on some points: - technical difficulties regarding the project (e.g. burocracy) - license - data's typology - comparison with similar project - advantages of free divulgation (e.g. in scientific research, in public administration and in archaeological heritage's protection) - potentialities of a free divulgation model in public agencies like Soprintendenza per i beni archeologici di Trento.

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Open archaeology: i Fasti e la pubblicazione online.


E. Fentress (Associazione Internazionale di Archeologia Classica), H. Di Giuseppe (Associazione Internazionale di Archeologia Classica)

Molti sono i siti web che attualmente si occupano di archeologia e ampio è il dibattito scientifico circa la filosofia dell’open source nei processi di ricerca archeologica e di edizione dei risultati di scavo. Fasti OnLine si pone in questo panorama come un database sugli scavi archeologici in corso in Italia e in altri paesi del Mediterraneo liberamente fruibile tramite il web. L’iniziativa, nata nel 2003 per riprendere la tradizione “Fasti Archaeologici. Annual Bulletin of Classical Archaeology”, è curata dall’Associazione Internazionale di Archeologia Classica (AIAC) e si sta svolgendo in stretta collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Archeologi di soprintendenze, università, accademie e istituti che si occupano di archeologia sono i principali fruitori/attori coinvolti nel progetto e sono attualmente impegnati a costituire una vera e propria comunità scientifica on-line che arricchisce quotidianamente il database condividendo un patrimonio di informazioni. L’incontro ha lo scopo di illustrare, anche ripercorrendo un pezzo di storia della comunicazione archeologica, l’etica e la funzionalità di Fasti OnLine dal punto di vista accademico, professionale e sociale.

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Libertà di accesso e ricerca e riserva di pubblicazione nelle scoperte archeologiche


M. Mazzoleni (Università di Padova), Z. Baldo (Avvocato, libero professionista)

La questione da affrontare riguarda, in generale, i rapporti tra attività di tutela (MIBAC) ed attività di ricerca (Università), con specifico riguardo alla ricerca archeologica, intesa come attività di scavo, di studio e di pubblicazione: “mondo ministeriale” e “mondo accademico” spesso non collaborano, bensì si contrappongono in una logica simile a quella di un proprietario privato (lo Stato) contro terzi estranei (studiosi, Università) che pretendano di “violare la proprietà”. Forte della riserva di scavo archeologico e della proprietà dei ritrovamenti, lo Stato tende a dimenticare che le “esclusive” non significano che lo Stato è il proprietario privato dei beni archeologici e delle relative informazioni, con facoltà di escludere chiunque altro; significano, invece, che lo Stato ne è il depositario (per il) pubblico, per consentire a tutti l’accesso, salvo eccezionali ipotesi di uso individuale e restrizioni per ragioni di tutela. Questi principi permeano le attuali norme sui beni culturali, che declinano insieme tutela, valorizzazione e fruizione, dove il “ritrovare” ed il conservare trovano ragione e limiti nella valorizzazione che di tali attività si faccia, nella funzionalità delle stesse al godimento da parte del pubblico. Nel settore della ricerca scientifica si tratta di principi risalenti agli inizi del 1900, che potrebbero essere letti oggi in chiave ancora più moderna: la riserva statale di ricerca serve a sottrarre ai privati la facoltà di prelevare indiscriminatamente dal terreno testimonianze della storia che, se disperse, isolate dal contesto, visibili solo a pochi, perderebbero ogni contenuto informativo scientifico sul passato; ma anche lo scavo posto in essere o concesso dallo Stato deve avere finalità scientifiche, estese al recupero, catalogazione, esposizione o almeno visibilità, ricerca, pubblicazione o facoltà di pubblicazione, perché, ai sensi del RD 363/1913, lo scavo deve essere “condotto in modo da portare ai più utili risultati scientifici” ed il Sovr.te deve predisporre una “particolareggiata ed illustrata relazione sui risultati scientifici ottenuti”. Così le norme sugli appalti di scavi archeologici impongono che il progetto evidenzi la finalità scientifica dello scavo, prevedendo attività di studio, ricerca, musealizzazione; così il regime convenzionale del dpr 441/2000 mette in risalto la finalità scientifica dello scavo attraverso la compresenza delle università, al di fuori del rigido sistema concessorio. In sostanza, ogni scavo deve avere una finalità ed un “seguito” scientifici, indipendentemente da chi lo esegua, né le Sovr.ze potrebbero negare l’accesso a manufatti e dati adducendo generiche motivazioni di tutela o di riserva di studio, quando, nei fatti, questo diniego si trasforma in un mero sottrarre conoscenza e conoscibilità per tempi incontrollati ed indefiniti, in totale spregio degli obiettivi di valorizzazione e fruizione pubblica. Per queste ragioni lo studio e la pubblicazione curati dalle Sovr.ze dovrebbero essere sottoposti alle stesse regole temporali imposte al terzo (privato, Università) che chieda una concessione di scavo o vinca un appalto di scavo e che è tenuto a prevedere fin dal progetto iniziale finalità, tempi e modi dello studio e della pubblicazione durante e post scavo; le norme ed i principi cui si ispira il diritto dei beni culturali escludono un trattamento diverso allo scavo condotto direttamente dallo Stato, in economia o in emergenza. Nel lontano 1954 il Ministero si è riservato il diritto di pubblicazione per dieci anni; in Francia lo Stato può trattenere per ragioni di studio i ritrovamenti archeologici per un periodo massimo di 5 anni, salvo restituire alla scadenza disponibilità e possesso dei reperti al legittimo proprietario: una riserva ministeriale di studio “a tempo” potrebbe essere una valida soluzione anche in Italia?

Italian rules on archaeological excavations (exclusive public duty and public property of the relevant materials) seem to favourite the Ministry for Cultural Goods and Activities in the diffuse praxis of excluding any and everybody from taking view, taking images and editing archaeological information. Such ministerial “exclusives” should actually be interpreted as rights for the benefit of the public (visitors, researchers, Universities), instead of as rights against the interference of the public. The scientific aims that any archaeological excavation should outline to be authorized and realized should imply a sort of timed duty to communicate the relevant information, independently from the juridical status of the researcher (private, University, Ministry itself): as a consequence, any ministerial praxis of denying the access to archaeological materials on the basis of a general studying and editing reserve, without a specific, timed and duly explained motivation should be contrasted, in order to promote the public visibility and the due fruition and enhancement of the archaeological heritage.

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Creative Commons e ricerca archeologica – alcune riflessioni


F. Morando (Università Bocconi di Milano)

Usando le parole del sito di Creative Commons Italia, “le licenze Creative Commons offrono […] diverse articolazioni dei diritti d’autore per […] creatori che desiderino condividere in maniera ampia le proprie opere secondo il modello ‘alcuni diritti riservati’.” Le licenze pubbliche Creative Commons (CC PL) hanno molto in comune con la GNU Free Documentation License (GNU FDL), ideata per diffondere la documentazione relativa al software open source. Tuttavia, le CC PL presentano diversi ordini di caratteristiche che le distinguono dalla GNU FDL (e che le rendono più o meno adatte a soddisfare diversi tipi di esigenze). Nel mio intervento, oltre ad offrire una sintetica introduzione a queste licenze, cercherò di evidenziare i vantaggi, ed i limiti, che esse presentano, sia rispetto alle scelte estreme del “full copyright” e del pubblico dominio, sia rispetto alla GNU FDL. In estrema sintesi, le licenze CC godono di almeno due vantaggi rispetto alla GNU FDL, rappresentati dalla facilità di comprensione e dalla traduzione in diverse lingue (comprensiva di adattamento alle peculiarità dei diritti d’autore nazionali). Per gli archeologi (e gli altri soggetti che generano beni immateriali connessi alla ricerca archeologica tramite il loro lavoro intellettuale), questo vantaggio di “comunicabilità” delle CC PL è cruciale, e rappresenta ben più di un piccolo benefico in termini di “marketing”. Infatti, è prassi che i diritti di proprietà intellettuale relativi a fotografie, appunti e rilevazioni di vario tipo, connesse all’attività archeologica, vengano trasferiti a soggetti diversi dal creatore (di fatto senza che questi possa opporvisi, pena la negazione delle concessioni necessarie a ricercare e/o ad accedere ai beni studiati). È evidente, in questo contesto, l’utilità di poter spiegare facilmente gli effetti di una data scelta nel rilascio di una licenza di diritto d’autore. Inoltre, le CC PL sono caratterizzate da una grande flessibilità, loro conferita da una struttura modulare, che permette all’autore di scegliere quali diritti concedere ai terzi e quali mantenere “riservati”. Per quanto tale flessibilità non sia scevra da effetti collaterali potenzialmente significativi, essa offre un notevole vantaggio nel rapporto con istituzioni quali le sovrintendenze, i musei o altri enti. Infatti, tali istituzioni devono sempre più fare i conti con l’esigenza di considerare i beni culturali non solo un prezioso tesoro da custodire, ma anche un capitale da valorizzare in ottica (anche) economica. In tale contesto, di particolare interesse è la possibilità di mantenere riservati alcuni diritti di sfruttamento economico a fini commerciali, pur consentendo piena libertà di circolazione alle opere licenziate, a fini di studio e ricerca, anche tramite pubblicazione su siti web e simili. Concretamente, una sovrintendenza potrebbe riservarsi il diritto di autorizzare – dietro compenso – la pubblicazione a fini commerciali (ad esempio in un’edizione cartacea, patinata, venduta per trarne profitto) delle fotografie di nuovi e rilevanti reperti archeologici, consentendo al contempo la pubblicazione delle medesime immagini su siti web o altri canali non-commerciali (ad esempio, sul sito di un’università, sul blog di un archeolgo, su un forum di discussione).

Using the wording of Creative Commons’ website, “CC provides free tools that let authors […] easily mark their creative work with the freedoms they want it to carry. You can use CC to change your copyright terms from ‘All Rights Reserved’ to ‘Some Rights Reserved’.” Creative Commons Public Licenses (CC PL) have several characteristics in common with the GNU Free Documentation License (GNU FDL), developed to distribute free software documentation. However, after an introduction to these licenses, I will argue that the user friendliness of CC PL, together with their modular nature, offers several advantages to archaeologist, in particular in Italy. In fact, Italian archaeologists cannot typically directly license pictures and other data concerning archaeological goods: the contract that they have to sign with institutions devoted to the conservation of these items transfers to them almost all relevant intellectual property rights. Having to convince someone else of the opportunity of adopting a given license, the advantage of having an easy understandable license, translated in Italian and adapted to the Italian legal system, is apparent. Moreover, the Italian government is pushing institutions that manage cultural goods to consider these items (also) as a source of economic revenues. Coherently with this goal, the modularity of CC PL could be used to keep some rights (and the associated sources of revenues) reserved, while widely allowing for non-commercial uses that may generate new knowledge.

Pubblicato sotto licenza CC: by-sa.

Trasparenza, circolazione e diritto intellettuale per il dato archeologico: un possibile modello dalle licenze Open Source


A. Palombini (Confederazione Italiana Archeologi), A. Schiappelli (Confederazione Italiana Archeologi)

La riflessione parte dall’evidenza di un duplice problema con cui è costretto a confrontarsi chiunque intenda assumere un ruolo di tutela e valorizzazione della figura dell’archeologo. Da un lato ci si trova spesso (come peraltro in molti altri ambiti accademici) di fronte a vicende di usurpazione della proprietà intellettuale, resa possibile da fattori puramente gerarchici e di potere; dall’altro si riscontra il problema, più generalizzato ma anch’esso di matrice fondamentalmente gerarchica, della difficoltà di accesso a dati e reperti, a documentazione o a materiale, generalmente di proprietà demaniale ma la cui tutela è demandata a enti che in taluni casi non ne facilitano il libero accesso per scopi di studio. La Confederazione Italiana Archeologi (www.archeologi-italiani.it), nata nel 2004, di cui si fornirà una rapida descrizione negli scopi e negli approcci, sta studiando un’azione incisiva nei confronti di questi due problemi, e dopo una riflessione di metodo e di merito, è giunta alla conclusione che il modo più corretto per affrontarli è utilizzare un modello analogo a quello della licenza Creative Commons: prevedere cioè l’esplicita tutela per legge del diritto intellettuale nei lavori scientifici, e l’affermazione del dovere di apertura e di trasparenza del dato e del patrimonio archeologico, nonché di citazione del dato di partenza utilizzato. Va specificato che gli strumenti legislativi in questo senso in realtà già esistono, e che quindi si tratta semplicemente, attraverso una pressione sulle Istituzioni competenti che la Confederazione ha già iniziato e un’opera di diffusione e divulgazione per rendere più esplicite le regole e più consapevoli gli archeologi. Un’opera – quest’ultima – di cui questo workshop può ragionevolmente costituire una delle prime tappe fondamentali.

The starting topic of the paper is a double-sided problem deeply connected with the common experience of archaeologists: on the one hand (as for many other academic fields), the occurence of situations in which (young) archaeologists are deprived of the intellectual property of their scientific work; on the other, the lack of openness of archaeological data and documents, due to the behaviour of some institutions, even dealing with public domain material. The Confederazione Italiana Archeologi (Italian Archaeologists Confederation(www.archeologi-italiani.it), is dealing with such problems in the context of its archaeologists safeguard activity, and identifies a possible solution referring to the model of the Creative Commons Licence: to legally warrant, on the one hand, the safeguard of the intellectual property of a scientific work for everybody, on the other, the free circulation and availability of archaeological data. It is important to stress that the legal requirements for such topics are more or less already present in the Italian legal framework, so that the main actions to be carried on are related to the diffusion of this knowledge and to some very specific actions, that the Confederazione Italiana Archeologi is actually planning and performing, and which features will be exposed in this workshop.

Pubblicato sotto licenza CC: by-nc-nd.

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